CHI SI DIMETTE È SEMPRE DONNA / NON È UN LAVORO PER MADRI

9/06/2023 | Welfare

Una riflessione su maternità e vita lavorativa

Il tema della parità di genere è sempre più al centro delle riflessioni che riguardano lo sviluppo di VALES. In particolare, riteniamo utile prendere spunto anche dal dibattito pubblico e culturale in Italia: è in tal senso che proponiamo qui un articolo pubblicato dal quotidiano “Il Domani” di data lunedì 22 maggio 2023 dal titolo “Chi si dimette è sempre donna/Non è un lavoro per madri”.

L’articolo affronta il tema dell’impatto della maternità sulla vita lavorativa delle donne, rilanciando la necessità e l’utilità di uno sguardo nuovo su tale passaggio di di vita.

L’invito è quello a cogliere che Vita e Lavoro non sono affatto in conflitto.

Buona lettura!

“Le donne spesso rimandano il momento di fare figli, o vi rinunciano del tutto, perché dovrebbero pagare un prezzo troppo alto al lavoro. È orrendo detto così? Sì, ma è anche molto vero.

I dati confermano lo scenario. Le ragazze arrivano al diploma con voti più alti dei maschi; quelle che vanno all’università si laureano bene e presto. Ma appena mettono piede nel mondo del lavoro partono le discriminazioni. … E poi, ad un certo punto, intorno ai 31 anni e mezzo – questa l’età media al primo figlio per le italiane – alcune diventano mamme. Di poche figlie eh. Uno virgola venticinque per ciascuna … e tenere il passo nel mondo del lavoro diventa ancora più difficile. Secondo i dati dell’Ispettorato del Lavoro, 31.500 persone con figlio hanno dato nel 2021 le dimissioni in Italia adducendo come motivazione la difficoltà a conciliare il lavoro con i figli, per ragioni legate ai servizi di cura o legate all’azienda (condizioni di lavoro difficilmente conciliabili con le esigenze di cura della prole …Di queste oltre 30.000 erano madri lavoratrici: uno sconcertante 96%. Dice la prof Alessandra Minelli docente di Demografia all’Università di Padova che il cliché che le donne siano più portate all’accudimento fa gravare tutto o quasi, sulle spalle delle madri. Se le madri lavoratrici non riescono a trovare la quadra per far combaciare la dimensione della cura con la dimensione del lavoro, il pensiero diffuso afferma che questo rimane un problema loro. Possono rinunciare al lavoro. O trovarne uno meno impegnativo, un part time. Del resto, che li fa a fare i figli una donna se poi non se ne occupa? Il mestiere di mamma è il più importante del mondo, no? No. Il mestiere di mamma è importante, certo, ma dato che i figli, nella maggior parte dei casi, si fanno in due, anche il mestiere di papà lo è altrettanto. E il lavoro è centrale per tutti: garantisce l’indipendenza economica, per i più fortunati è anche fonte di realizzazione. La scelta che fanno alcune persone – donne il più delle volte – di non lavorare e occuparsi della casa e della famiglia è perfettamente legittima, fintanto che è libera.

​​​​​​​E perché questo pregiudizio viene declinato solo sulle donne? Quei nove mesi di gravidanza, o i mesi congedo maternità o di orario ridotto per l’allattamento non sono che una frazione di quei quarant’anni abbondanti di vita lavorativa che attendono ciascuno di noi dal primo impiego alla pensione. Eppure, sembrano che siano una montagna insormontabile. Ma chi deve, vuole, desidera lavorare, perché mai dovrebbe essere considerato meno valido per il fatto di avere figli a casa, o figli in potenza? Eppure, sembra che sia una montagna insormontabile.

A ben vedere, alle lavoratrici dipendenti il congedo obbligatorio in Italia è pagato dallo Stato (nella misura dell’80 per cento della retribuzione per cinque mesi. Le aziende sono però chiamate a continuare a versare i contributi e talvolta ad assicurare la differenza in modo da arrivare al 100 per cento. Molto spesso è difficile trovare una sostituzione all’altezza solo per il periodo di assenza. Ndr) … Ma in verità non è nemmeno il congedo che spaventa – sono i successivi dieci – quindici anni moltiplicati per tutti (pochi) bambini messi al mondo.

Per i quali magari non si troverà posto al nido, che si ammaleranno, saranno tra i piedi quando la scuola è chiusa, faranno recite scolastiche, andranno a calcio. Sottrarranno tempo ed attenzione. Bambini che il mercato del lavoro continua a considerare figli solo delle madri, dando per scontato che solo loro dovranno gestirne ogni imprevisto: una discriminazione a priori e a senso unico, con buona pace della genitorialità condivisa.

Lo sa bene Sonia Malaspina che da HR manager in Danone ha avviato una policy di tutela della carriera delle madri in azienda che ha portato ottimi risultati: 100 per cento di rientro dopo la maternità, assenteismo e turn over ridotti al minimo. Tutti fattori che si possono tradurre in beneficio economico dell’azienda, risultato di una semplice pratica: valorizzare anziché demonizzare la maternità.

Dopo aver raccontato il progetto in un TEDx, Malaspina ha scritto con la collega Agosta il libro “Il congedo originale, …, con il sottotitolo “perché le aziende temono la maternità”..… pagine dense di dati e soprattutto della ricetta che, metriche alla mano, dimostra che la maternità non è un handicap al lavoro. Al contrario. “Siamo consapevoli che stiamo andando contro secoli di cultura, prassi e modi di pensare”, ammettono nel libro Malaspina e Agosta “e la sfida può sembrare impossibile”. Ma la posta in gioco è troppo importante: un mondo del lavoro che non disincentivi il fare figli…..

Disfarsi di un dipendente quando fa un figlio è un grosso errore, perché si perde un enorme potenziale di competenze. Se le aziende abbracciassero compatte questa visione potremmo davvero avviare una rivoluzione nel mondo del lavoro. Le donne non percepirebbero più i figli come una minaccia alla loro vita professionale. E probabilmente ne farebbero di più: riducendo il gap, oggi enorme, tra figli desiderati e figli avuti.”.

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